La liberazione si conquista

LA LIBERAZIONE SI CONQUISTA

Tra i proclami anti-immigrazione di un “nuovo” governo pieno di (ex?) fascisti e le vecchie proposte, che certamente rispunteranno, di slegare la giornata del 25 aprile dai suoi contenuti antifascisti e partigiani, viene la voglia di rivendicare la propria identità. Viene voglia di ricordare che il fascismo è stata la realizzazione di quelle idee, ancora tanto diffuse, che impediscono agli esseri umani di vivere in società libera dallo sfruttamento.

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Spagna 1936: la rivoluzione incompiuta

“…tutto per cambiare la vita; per imprimere un altro ritmo a questa nostra vita; perché gli uomini, ed io tra loro, possano essere fratelli; perché l’allegria, almeno una volta, esplodendo nei nostri petti esplodesse sulla terra; perché la Rivoluzione, questa Rivoluzione che è stata il faro e l’emblema della Colonna di Ferro, potesse essere in un tempo non lontano una realtà”


Un Incontrolado della Colonna di Ferro

Il Fenix, Osservatorio astronomico contro la repressione, è uno spazio occupato di Torino attivo nelle lotte contro la devastazione ambientale, il razzismo e l’autoritarismo. Nel luglio 2005 il sindaco DS Chiamparino ha deciso di sgombrarlo e, dopo che numerose associazioni hanno rifiutato di impossessarsi dello spazio con la complicità della violenza poliziesca, è stato recentemente donato al locale CTS (la catena di agenzie turistiche giovanili), ben lieto di accettare il regalo sebbene avesse già una sede a pochi passi. Nonostante sgomberi e processi, però, il Fenix è ancora vivo più che mai, come testimonia l’autoproduzione uscita lo scorso anno in occasione del settantesimo anniversario della Rivoluzione Spagnola. Si tratta dell’edizione italiana della “Cronaca appassionata della Colonna di Ferro” di Abel Paz.
Abel Paz è lo pseudonimo di Diego Camacho, figlio di contadini andalusi che, a quindici anni, si trovò immerso in quello straordinario evento che fu la Rivoluzione Sociale, con cui il popolo spagnolo rispose al sollevamento fascista di Franco il 19 luglio 1936. Poi Diego conobbe l’esilio e dieci anni di galera franchista, nei quali iniziò a scrivere dell’esperienza rivoluzionaria diventando il più grande biografo di Buenaventura Durruti.
Il testo che presentiamo questo sabato, però, non parla di uomini passati alla storia. “Nella Colonna di Ferro non c’era Durruti, non c’era Ascaso, né Ortiz, né Mera. Era soltanto una colonna di proletari della FAI e della CNT che si autodeterminava”. Come afferma il curatore dell’edizione italiana, è proprio la vicenda di questi anonimi combattenti, molti dei quali erano stati liberati dal carcere di San Miguel de los Reyes allo scoppiare della rivoluzione, “l’esempio lampante e pratico di come l’anarchia funzionasse anche in condizioni più che avverse, come quelle militari, calate nel contesto avvelenato dalla ferocia della guerra civile”. È dunque un interesse non soltanto storico quello che ci spinge a parlare di quanto avvenne settanta anni fa: pensiamo sia necessario continuare ad interrogarsi sulle possibilità dell’anarchia e sugli ideali di emancipazione che, nonostante fiumi di sangue versato, sembriamo ben lungi dal raggiungere. I problemi della libertà, della proprietà e del militarismo emergono in tutta la propria brutale concretezza dalla storia di questa colonna di miliziani. Essi hanno dimostrato che un pugno di uomini, a cui la società borghese aveva assegnato il posto di rifiuti, può trovare una ragione per vivere e lottare felici nella volontà di affrontare questi problemi senza delegarli ad un potere superiore.
Ma, per capire le scelte operate da questi compagni occorre capire il contesto in cui vissero: un contesto la cui memoria è stata rimossa da quasi quaranta anni di franchismo. Consapevoli della difficoltà di descrivere a parole un evento così complesso come la Rivoluzione Spagnola, vogliamo comunque soffermarci su alcuni particolari che gli autori dei libri di storia hanno “dimenticato”, come gli aiuti che il franchismo ricevette dalla Francia, l’Inghilterra, il Vaticano, l’Unione Sovietica e la stessa Repubblica Spagnola. Anche per questo ci sembra opportuno dare spazio alle parole di Abel Paz: “Il blocco reazionario che pianificò il colpo di stato militare non si sollevava contro la repubblica di Azaña e Casares Quiroga, ma contro le forze rivoluzionarie che si manifestavano via via più audacemente in seno alla classe operaia e contadina spagnola.[…] Ideologicamente il repubblicanesimo e la socialdemocrazia sono al fianco dello Stato, della religione, della patria, della proprietà privata, ecc. Gli esponenti di questi schieramenti politici oggettivamente corrispondono a quelli che sull’altro fronte si erano sollevati in armi contro la classe operaia, pertanto erano controrivoluzionari attivi nella zona repubblicana e per questo si prestavano, sostenuti da molti pretesti, a riorganizzare lo Stato e la sua autorità. Ma questa riorganizzazione non era indirizzata a distruggere le forze fasciste, bensì a distruggere la rivoluzione che il popolo con il suo primo impulso aveva messo in marcia… Questa era la verità, che la cruda realtà della guerra oscurò facendo diventare tutti miopi. L’introduzione dello stalinismo in questo labirinto, è una circostanza che rafforza la controrivoluzione, perché questa risulta alleata della politica estera perseguita da Stalin in quei momenti. La rivoluzione, quella vera, era durata appena un’estate. Durruti aveva lottato controcorrente, senza piegarsi fino all’ultimo momento. Morire come era morto, senza transigere, era la sua più grande vittoria su sé stesso. Ora era il turno di altri, e tra questi c’erano i disperati della Colonna di Ferro”.
L’opera della Colonna è rimasta incompiuta: la miopia collettiva di cui parla Abel Paz affligge più che mai la nostra società se un amico di Pinochet come Carol Woytila può essere ricordato come un brav uomo e il Presidente Napolitano può parlare di solidarietà senza che nessuno gli ricordi delle centinaia di immigrati uccisi dalla legge razzista che porta il suo nome. Per questo, pensiamo abbia senso parlare del ’36 in Spagna; per questo riteniamo conveniente sottoporre a critica ogni verità rivelata (ci perdoni il Santo Padre il nostro relativismo).


Gli anarchici e le anarchiche dell'Ateneo Libertario di Napoli


Fuori gli eserciti dalla storia!

Sabato 17 febbraio, a Vicenza, una manifestazione popolare tenterà di impedire la costruzione di una base NATO voluta dal governo della sinistra (quella contro la guerra “senza se e senza ma”). Non saranno certo gli anarchici a gridare allo scandalo per il poco conto in cui la classe dirigente tiene la volontà dei suoi elettori/sudditi. Del resto se ne sono accorti benissimo i vicentini che hanno chiesto di non portare bandiere di partito al corteo di sabato. E forse, che non c’è da fidarsi lo ha appreso negli ultimi anni pure la popolazione campana, manganellata nelle piazze da quella che considerava “la propria polizia” per aver ingenuamente pensato di poter dire la sua in merito alla cosiddetta “emergenza rifiuti”. Dalla Val di Susa a Scanzano Jonico, un dubbio comincia ad insinuarsi fra la gente: che per ottenere ciò che si vuole  è meglio non chiedere niente a nessuno.

Da rivoluzionari che ambiscono ad una società in cui ogni attività umana sia autogestita, esprimiamo la nostra solidarietà ad ogni lotta in cui la volontà popolare venga espressa senza passare attraverso il filtro della politica (intesa come esercizio del potere). Oltre ad essere un terreno di sperimentazione per forme di socialità non corrotte dalla gerarchia e dalla mercificazione, una lotta autogestita ha anche più possibilità di raggiungere l’obiettivo che si prefigge: si limitano le possibilità di tradimento e i politici sono costretti a fare concessioni per paura di perdere consenso. Ma ciò che più importa è che valsusini e vicentini, come gli studenti francesi o gli insegnanti di Oaxaca, apprendano dalla lotta che la devastazione ambientale e il militarismo, così come la precarietà lavorativa o uno stipendio da fame, sono soltanto sintomi di un’organizzazione sociale in cui nessuno è padrone della propria vita. Preti, politici e generali che vogliono convincerci ad accettare questa assurdità sono i soli elementi antisociali da mettere al bando. Purtroppo l’insensatezza di una vita che ci passa addosso senza essere sfiorati dall’idea che la guerra, la miseria e l’inquinamento siano un problema nostro, la abbiamo già accettata abbindolati dal falso benessere che ci hanno concesso e dalle menzogne a cui abbiamo voluto credere. Certo, a molti ha fatto comodo, pensare che i politici pensassero a risolvere i problemi più difficili e i militari tutelassero i cittadini. Ma perché nessuno trae le dovute conseguenze, dopo aver osservato la polizia aggredire un corteo popolare contro l’inceneritore mentre altri propri degni colleghi controllavano un mercato di fertilizzanti che in realtà erano rifiuti tossici? “Vabbè - continua a  credere il benpensante - si tratta di un caso isolato di collusione con la camorra, ma la camorra esiste perché i napoletani ce l’hanno nel sangue e sicuramente la camorra stava dietro pure la protesta popolare. Altrochè! L’esercito ci vorrebbe!”. Il povero fesso non si è accorto che l’esercito già glielo avevano mandato: da più di cinquanta anni il principale gendarme del mondo, la NATO, a cui fa capo la maggior parte dell’esercito italiano, ha il suo comando per l’Europa a Bagnoli (l’altro è in Olanda). Più di duemila militari e una presenza sul territorio napoletano che include, tra le altre cose il Comando della Marina, dei sommergibili e della caccia aerea antinavale nel Mediterraneo. In costruzione, presso Lago Patria, una enorme base dove verrà trasferito (pare entro il 2011) il quartier generale di Bagnoli: centinaia di milioni di euro per distruggere centinaia di migliaia di metri quadri di natura e far spazio ad una bella struttura militare con qualche altro migliaio di soldati. Come tutti sanno, nel principale produttore del mondo di oppio che è l’Afghanistan, oggi il potere è in mano alla NATO e alcuni “maligni” pensano che questa istituzione un po’ di potere l’abbia pure dalle nostre parti, dove il mercato dell’eroina svolge un ruolo non trascurabile per l’economia locale. D’altronde non ci vuol molto a capire che più gli affari sono sporchi, più creano miseria e più c’è bisogno di un apparato militare che li protegga. Sarà per questo che il militarismo è in drammatica espansione, aldilà di qualunque promessa elettorale.

 

Ateneo Libertario, spazio anarchico – Napoli